RIMEMBRANZE SENILI

RIMEMBRANZE SENILI?

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“Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita” (Dante Alighieri).

Nel richiamare alla memoria i versi del Sommo Poeta, potrei guardare a me stesso e non tanto al mio personale vivere ormai giunto ben oltre il mezzo del cammin e che anzi, direi si trovi già a buon punto sull’ultimo viale alberato (nell’immagine).  Guarderei invece, al mio vivere in questa città, nella quale giunsi alla fine del lontano dicembre 1959, quando era ancora un grosso e florido paese industrializzato.

Ero un ragazzotto adolescente che lasciata la natia e balneare Pesaro, proveniente da breve soggiorno in uno sperduto e nevoso paesino del Bellunese, arrivava a far conoscenza con le fitte nebbie padane. Mi colpirono subito le mai viste rogge lungo le principali vie del centro e soprattutto, il rumore che nel buio e nella nebbia di quella sera, mi giungeva del tutto nuovo. Mio padre ci spiegò che erano i telai: stavamo percorrendo il marciapiede lungo la via San Cassiano ed eravamo davanti alla Saita Penelope (soprannominata, seppi poi, “gli ebrei”).

Qualcuno a questo punto, avrà come me ripensato a quei tempi e sussurrato “quando si stava bene, quando avevamo poco o niente” oppure, “si stava meglio quando si stava peggio”.

Passano gli anni e ci si evolve: spariscono le rogge, gradualmente chiudono le fabbriche tessili, le aziende manifatturiere e con esse cessano i tanti piccoli laboratori casalinghi dove le donne orlavano fazzoletti, lenzuola o abiti; chiudono le aziende alimentari, ma nel frattempo si ampliano le strutture del polo petrolchimico; aumenta l’inquinamento e comincia anche una graduale diminuzione del lavoro agricolo, la coltivazione del riso lascia il posto ad altre culture e di conseguenza, nella diminuzione delle nebbie, chiudono una dopo l’altra, anche le riserie. Potrei citare tanti nomi di aziende nei vari settori, ma questa mia riflessione già lunga, diverrebbe interminabile.

La piazza trecatese perde la sua distesa di tavolini nei bar: gradualmente diminuisce l’arrivo dai dintorni dei “forestieri” che venivano a gustare i gelati di Gigi e Sassi o a ballare al “Serenella” o al “Circolone”, che lasciò poi spazio al Tempio dei Geova.

Trecate si ingrandisce, cementifica, nascono condomini e ville specialmente in periferia. Specialmente oltre la linea ferroviaria, da ovest a sud, Trecate si amplia col moltiplicarsi di residenze abitative, ma senza la minima ombra di un servizio, mentre in centro, si moltiplica l’apertura di Banche anche se l’economia ha ormai preso un deciso declino ed infatti, inizia la chiusura delle attività commerciali e guardando ad oggi, anche alcune banche incominciano a chiudere e stanno ancora chiudendo. Trecate è diventata città, anche se trovo che questo sia scritto all’ingresso dell’abitato, mentre il paesone, ha perso gradualmente la sua vitalità somigliando sempre più ai quartieri dormitorio dell’hinterland milanese. Molte vie centrali sono buie e scarne, avendo perso la vita commerciale e la luminosità delle sue vetrine; alle 19 cominciano a spegnersi le ultime luci dei negozi e la città, divenuta ormai dormitorio di chi spesso è stato costretto ad andare altrove per lavorare, cade nella malinconica silenziosità notturna. Ci si rifugia in casa chiudendo le finestre con inferiate e porte sempre più blindate, a godere la frescura dei climatizzatori d’estate o dei termosifoni d’inverno. E mentre ci facciamo stravolgere dai tormentoni dei telegiornali e dei talk show che ci rimbambiscono con ciò che piace loro, siamo anche infastiditi dalla magari casualità di qualcuno che rumoreggia in strada.

Son finiti i tempi delle signore che sedevano a zabettare fuori dalle porte e lungo le vie; sono finiti i gaudenti giochi dei ragazzi per strada o nei cortili; niente più uomini o giovani che passano le sere al circolo a giocare a carte e niente più partite a bigliardo o boccette. Siamo arrivati al punto che bar frequentati da giovani vengono fatti chiudere; hanno chiuso cinema e sale da ballo; bar e locali sopravvissuti, oltre ad aver passato la mano prevalentemente a cinesi, ormai anch’essi chiudono in prima serata per mancanza di avventori. Scarsi anche nelle sere d’estate, gli avventori alle gelaterie: ormai siamo avvezzi a telefonare e farci portare di tutto a casa; dalla spesa nei tanti supermercati, alle pizzerie e ristoranti, per non parlare degli acquisti che ormai si fanno prevalentemente sui siti e ci vengono recapitati. E non per mancanza di tempo: siamo diventati pigri, abbiamo paura degli “stranieri”, le merci online costano meno e pazienza se le nostre piccole attività sotto casa continuano a chiudere. Ultimamente poi, scarseggia il lavoro e con esso il denaro. Le nostre strade anche di giorno, sono ormai prevalentemente percorse da persone di ogni colore e provenienza ed è una rarità sentire parlare il dialetto locale. Ma è il progresso, la multietnicità, la modernità, la nuova civiltà.

Siamo diventati molto suscettibili e più esigenti, direi insoddisfatti ed incontentabili. Vogliamo case ma non cementificazione, supermercati e centri commerciali per trovare tutto lì e subito e ci lamentiamo che il nostro “centro” è morto; vogliamo auto potenti ma non la raffineria o strade moderne e percorribili con mezzi ultrarapidi, ma no a Frecce rosse o Tav, perché deturpano il paesaggio; vogliamo il verde da Paradiso terrestre ma ci lamentiamo se col forte temporale, gli alberi si sradicano e volano foglie, rami e ultimamente anche tetti; vogliamo luoghi lindi e puliti e se ci fanno pagare la pulizia ci lamentiamo, mentre sopportiamo i molti zozzoni ed incivili, dimenticando che i servizi costano; abbiamo televisori e computer e telefonini che ci fanno anche la pizza, ma guai a mettere antenne sui tetti perché emanano  radiazioni… e per quanto devo continuare?

Se dovessi dire che occorre limitare l’invasione extracomunitaria, sarei razzista; se dicessi no al potenziamento elettromagnetico e tecnologico, sarei retrogrado e se invece dicessi sì al nucleare o ai pozzi petroliferi, sarei un nemico dell’ecologia ed un incosciente, perché non ricorderei che a Trecate, unica volta al mondo, è scoppiato un pozzo che ancor oggi non sanno perché!

Dov’è la Trecate che ci permetteva serate d’estate ai tavolini dei bar? Che socializzava con le ciacole sugli androni? Delle gite a fiumi e laghi, a picnic o serate tra amici, quando ci si ritrovava in compagnie a rumoreggiare davanti ai bar guardando passeggiare belle donne per poi commentare, sbavandoci dietro? “Bei tempi”, dirà qualcuno; “ma avevamo tot anni meno” anche se purtroppo è vero!

Oggi leggo post e spot dei gruppi specialmente giovanili, che politicamente si propongo, che vorrebbero far rivivere in qualche modo “quella Trecate”: sono novelli Don Chisciotte o siamo, anzi sono, ancora in tempo, magari per i nostri figli e nipoti, a far rivivere quel che resta del buono e sano della permettetemi, nostra città? Ai posteri l’ardua sentenza! Le cose da fare sono molte e non spetta a me dire da dove o come iniziare, ma se mai si inizia…

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