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Controversia sul periodo di prova

a cura dell’ Avv. Paola Cimino – Civilista in diritto del lavoro

 Gentile Avvocato, sono stato assunto con contratto a tempo indeterminato presso un’azienda. Il contratto prevede lo svolgimento di un periodo di prova.  Vorrei sapere se l’azienda può sottopormi ad un ulteriore periodo di prova, avendo io già lavorato presso di loro con contratto a tempo determinato ed avendo svolto mansioni analoghe a quelle attuali.    Sergio

Caro Sergio,

la problematica sottesa al tuo quesito è relativa alla cosiddetta reiterazione del patto di prova in caso di successione di contratti di lavoro.

Prima di rispondere, procediamo con ordine e riepiloghiamo brevemente i tratti salienti della disciplina della clausola contrattuale denominata “patto di prova” e contenuta nell’art. 2096 del codice civile.

Il patto di prova consiste nello svolgimento di un esperimento, nel quale sia il datore di lavoro che il lavoratore possono verificare la reciproca convenienza alla definitiva costituzione del rapporto di lavoro, accertando il primo, le capacità del lavoratore e quest’ultimo a sua volta, verificando l’entità delle prestazioni e le condizioni di svolgimento del rapporto di lavoro.

La disciplina codicistica prevede che, durante il periodo di prova, ciascuna delle parti possa recedere dal contratto di lavoro senza obbligo di preavviso o di indennità in favore dell’altra.

Terminato il periodo di prova, senza che nessuna delle due parti abbia esercitato l’anzidetta facoltà di recesso, l’assunzione del lavoratore diventa definitiva.

Il patto di prova può essere apposto sia a contratti di lavoro a tempo indeterminato, compreso il contratto di apprendistato, sia a contratti di lavoro a tempo determinato. Ora, che cosa succede nel caso prospettato dal Sig. Sergio in cui tra datore di lavoro e lavoratore si sono succeduti nel tempo diversi contratti di lavoro?

In tali ipotesi il nostro ordinamento prevede la possibilità di reiterare il patto di prova, purchè lo stesso serva per compiere l’esperimento non realizzato nei precedenti rapporti di lavoro.

Più nel dettaglio, in tali casi occorre soffermarsi sulle mansioni oggetto del patto di prova. Se il lavoratore, durante l’ultimo contratto di lavoro, è sottoposto a periodo di prova avente ad oggetto lo svolgimento di specifiche mansioni già avvenuto in virtù di prestazioni precedentemente rese dal lavoratore per un congruo lasso di tempo, allora l’apposizione di quel patto di prova sarà da considerarsi invalida.

In tal senso, si è espressa di recente la Suprema Corte con la pronuncia n. 6633 del 9 marzo 2020, confermando un orientamento oramai consolidato.

Nel caso risolto dai giudici di legittimità, la lavoratrice era stata assunta negli anni 2007 – 2009 con tre contratti a tempo determinato, contenenti ciascuno un “patto di prova”, con l’assegnazione di mansioni di portalettere. Nel 2010 la lavoratrice era poi stata assunta dalla stessa società con contratto a tempo indeterminato, con assegnazione di medesime mansioni e con inserimento di un ulteriore patto di prova.

Ebbene, i giudici di legittimità hanno confermato la sentenza emessa in secondo grado dalla Corte d’Appello di Venezia, che aveva ritenuto illegittima l’apposizione del patto di prova al quarto ed ultimo contratto di lavoro intercorso tra le parti, perché per ben tre volte la società aveva verificato le qualità professionali e la personalità della lavoratrice nell’espletamento delle mansioni di portalettere – pur se svolte in realtà territoriali differenti – con esito positivo.

Dalla nullità/invalidità del patto di prova accertata dai Giudici, è derivata l’illegittimità del licenziamento intimato alla lavoratrice e la conseguente condanna dell’azienda alla reintegra.

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