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Nuovi arti – a cura dell’Ing. Federico Visentini

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Afferrare qualcosa con la mano, alzare un braccio, compiere una rotazione del polso, sono azioni elementari che si possono compiere semplicemente pensando al gesto. È ciò che riescono a fare con un braccio robotico, soggetti amputati e dotati di una protesi di ultima generazione. Negli ultimi anni, la tecnologia delle protesi robotiche progettate per far recuperare parte della mobilità a soggetti amputati o che hanno subito lesioni spinali, ha conosciuto uno sviluppo tumultuoso.
Gli attuali dispositivi per sostituire un arto amputato, sfruttano i segnali nervosi che giungono ai muscoli rimasti ma che sono spesso danneggiati. Di conseguenza, questo tipo di tecnologia offre una funzionalità estremamente limitata, garantendo solo uno o due movimenti di presa. Tali limitazioni, inducono spesso i soggetti ad abbandonare la protesi.
Invece, gli arti robotici di ultima generazione sfruttano un approccio diverso: i sensori sono collegati direttamente ai motoneuroni, ossia quei neuroni che, partendo dal cervello, percorrono il midollo spinale e si diramano verso i muscoli controllando la contrazione muscolare. L’amputazione di un arto, prevede un’interruzione di nervi e muscoli che risultano danneggiati, dunque anche i segnali che giungono da essi, sono modificati e difficili da decodificare: l’approccio diverso di questa nuova tecnologia, consente di recuperare un segnale nervoso in modo chiaro.
Per creare questo tipo di protesi si deve realizzare un’interfaccia neurale in grado di recepire, registrare, analizzare, decodificare e mappare correttamente il segnale nervoso, che poi deve essere tradotto con un adeguato movimento del braccio robotico. In sostanza, dietro ad un movimento elementare, avvengono processi non semplici, ma la sperimentazione della protesi ha portato a far acquisire ai soggetti amputati una serie di movimenti notevolmente più ampia di quella garantita dalle classiche protesi robotiche. Prima che queste nuove protesi giungano sul mercato, saranno necessari altri studi clinici ma questa prima fase dimostra la correttezza del nuovo approccio ed in generale, che una visione non limitata di un problema porta spesso ad una soluzione.

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