COSA FESTEGGIAMO

Cosa festeggiamo?

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«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.» Così recita l’art. 1 della nostra Costituzione, ma se andiamo ad osservare l’attuale situazione nazionale, già a quelle poche parole dovremmo apportare modifiche. La prima parola da correggere se non togliere è “democratica”: da che c’è il professor Giuseppi al governo, abbiamo avuto tanti diktat, decreti non votati, imposizioni restrittive da regime, addirittura il divieto di culto! Direi che di “democratico” in tutto questo ci sia ben poco, ma potrebbero essere punti di vista. 

L’altra modifica sta nel “lavoro” e qui potremmo rifarci alle mitiche favolette del “c’era una volta…” datosi che da quando la congrega di Giuseppi è intervenuta a bloccare totalmente la nazione causa virus, cosa che nessuno al mondo ha fatto, il lavoro pare sia una cosa per qualcuno ma non per tutti e tra non molto, la fila dei qualcuno potrebbe assottigliarsi. E’ arrivato il 1°Maggio e da festeggiare c’era sicuramente il trionfo della disoccupazione per motivi sanitari, in una nazione con ogni sua attività economica alla paralisi, con una moltitudine di persone quasi alla fame poichè non riceve una paga né può contare su aiuti da uno Stato che non ha solidi ma solo debiti. 

Nel suo ultimo diktat, Giuseppi “ha concesso” di ricominciare ad aprire talune fabbriche e pochi esercizi commerciali, “concedendo” ad altri, la speranza se non l’illusione, di una prossima, futura, probabile ma non sicura riapertura. Quello che molti stanno vedendo, è la spettrale prospettiva di una carenza di lavoro che tolga l’opportunità di poter mantenere se stessi e la famiglia.  

Ecco pertanto spontanea la domanda, se abbia una logica solennizzare il 1°Maggio quale giornata per celebrare quel lavoro che non c’è e che per molti, difficilmente ci sarà nei prossimi mesi, sperando che non diventino anni. Mi suona da ipocrita presa in giro, l’inneggiare a operai e impiegati, quando costoro sono intenti a stringere la cinghia, con la prospettiva di non avere di che mantenere la famiglia.

In passato, il popolo scendeva in piazza e organizzava manifestazioni festanti e concertoni, per sottolineare che i lavoratori erano la spina dorsale della nazione; quello di quest’anno, sarà invece un silente “de profundis”, celebrato dai lavoratori in attesa di quella che tutti speriamo divenga una resurrezione imminente consapevoli che altrimenti, saranno altri più seri guai che vorremmo risparmiarci. 

Ogni volta che arrivano i discorsi quindicinali di Giuseppi, ci attendiamo di sentire notizie rassicuranti ma ad oggi, continuano a giungere soltanto illusori proclami che servono a farci capire che alla fine, lui per primo, non sa che pesci prendere nonostante i suoi 450 ben remunerati saccenti.

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